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COMPLICE IL DILUVIO
Il racconto di parto di papà Luca

Papà Luca Tamani ci racconta il parto di suo figlio, invitandoci a riflettere “sul fatto che se è vero che ogni bambino che nasce è una promessa da non tradire, forse a volte il tradimento comincia, involontariamente con le migliori intenzioni, proprio con la nascita, con l’inizio”…

Puntata di “LA NASCITA, tra luci e ombre
Un podcast a cura di Verena Schmid, da un’idea di Diana Dell’Erba.
Musiche e canto di Alice Massei e Sergio Provenzano | Studio Naranja production.

Ci siamo. Non lo capiamo proprio subito. Lo intuiamo, lo immaginiamo, ma è l’ostetrica che ce lo conferma: la dilatazione è già cominciata e in un attimo balza a 5 cm!

Mi arrivano raffiche di telefonate e di messaggi di auguri, a cui in gran parte non risponderò. No, non sono telepatico e non ho ancora avvisato nessuno, ci mancherebbe. Semplicemente è che oggi è il mio compleanno. Eh già, esattamente 34 anni fa stavo compiendo lo stesso viaggio che mio figlio ha appena cominciato. Mi raccontano che all’epoca nevicava, mentre stasera diluvia.

Arriva l’altra ostetrica e ci dice che Firenze è tutta bloccata, mezza allagata. L’espressione magari è un po’ esagerata, ma ci fa apprezzare ancora di più il fatto di essere a casa. Abbiamo già avuto modo di sperimentare i benefici del cambio degli ambienti (passando dalla camera da letto al bagno insieme nella vasca d’acqua calda, appositamente montata in cameretta), delle posizioni, delle luci. Monica si lamenta come un animale ferito (più o meno una tigre) quando accendo una luce troppo forte o ne dimentico accese troppe.

Qui decidiamo noi, siamo padroni: spostiamo la stufetta da una stanza all’altra, io faccio un risotto che nessuno mangerà, possiamo alternare fasi di riposo ad altre più attive, di massaggio, ecc.. Resteremo qui! L’”attrezzatura” ce l’abbiamo, non serve poi tanto, e la sicurezza la fanno le persone. Delle nostre ostetriche mi fido, sono conoscenti, amiche, quasi “zie”. Alla fine, l’intensità dell’esperienza condivisa farà sparire quel quasi e il titolo onorifico nei confronti del nostro bambino sarà ampiamente meritato, inevitabile.

Soprattutto sono professioniste ed io collaboro con loro, ci diamo il cambio a sorreggere Monica (avrei dovuto allenare di più le gambe!), a stare insieme a lei dando agli altri la possibilità di staccare un minimo. Ma il più delle volte lavoriamo tutti insieme ed io mi trovo a pensare che se è vero che per educare un bambino ci vuole un villaggio, bèh, per farlo nascere ci vuole quantomeno una piccola squadra. Amorevole.

La loro è una sapienza dove l’attesa è contemplata come qualcosa di fecondo e dove a rivelarsi vincente è l’avvicendarsi di diverse strategie. Infatti alternano rassicurazioni (molte) a forti incitazioni (nei momenti giusti). Tacciono alcune cose e ne enfatizzano altre. Per questo parlo con loro, ma soprattutto scruto e cerco di leggere nei loro volti, così come ho fatto con la dottoressa durante l’ecografia morfologica e come faccio con le hostess quando sono sull’aereo e c’è un po’ di turbolenza.

Una più giovane, l’altra più esperta: l’accoppiata perfetta, la giusta complementarietà da cui sempre si origina autentico arricchimento reciproco.

A un certo punto, però, le cose che fino a quel momento sembravano filare lisce e spedite, sembrano rallentare, fino quasi a fermarsi. Troppo. Bisogna riattivarsi, riattivare le contrazioni…e allora si balla! Tutti insieme, in sala, Monica mezza nuda e noi intorno a lei, sulla musica degli Abba. “Dai amore, fammelo sulle note di Dancing Queen!”.  Ride. Più tardi, di nuovo a letto durante una fase particolarmente impegnativa e delicata, dirò rivolgendomi teatralmente alla pancia: “Esci, esci da questo corpo!”, ma questa volta sbaglio modi e tempi. Si irrita. Ok, ho capito: sdrammatizzare sì, ridicolizzare no.

Questo benedetto periodo espulsivo mi sembra dilatarsi all’infinito, e dire che al corso pre-parto mi era sembrato di capire che i dolori più intensi, la parte più lunga e faticosa fosse quella del travaglio. 

Del resto, in riferimento a circostanze particolarmente tormentate ed estenuanti si dice “vengo da un periodo travagliato” e non “da un periodo molto espulsivo”.

Fatto sta che il momento peggiore è proprio questo, con Monica allo stremo delle forze ed io che, un po’ scoraggiato e quasi sofferente per empatia, mi ritrovo improvvisamente a fronteggiare paure opposte. In realtà -mi rendo conto- temo proprio l’incontro imminente. Cosa proverò? E se non provassi niente? Lo sentirò subito famigliare? E se all’ecografia fosse sfuggito qualcosa e un qualche tipo di problema, di difetto sta per palesarsi proprio ora davanti ai miei occhi?

Poi avviene. Annunciato con qualche secondo di anticipo dall’ostetrica, ecco che dove prima non c’era nulla sbuca un bambino, un bambino vero, un bambinone (o almeno così mi sembra). E bastano questo scoprirlo reale, allo stesso tempo uguale e diverso da me, questo vedere i suoi occhioni già spalancati sul mondo, questa sua natura di cucciolo reduce da un viaggio tempestoso e bisognoso di accudimento e protezione, a fugare tutti i miei dubbi. Non perché si chiariscano razionalmente. Semplicemente vengono superati, diventano superflui, irrilevanti. Si va su un altro piano.

Il resto è gioia, commozione, pianto, sollievo, incredulità, brindisi, ultime cure prestate alla mamma, piccole dita unghiate che giocano coi peli del mio petto, lasagne che cedono il posto in forno alla placenta, forbici e carezze, emozioni e gesti privati.

Sei nato, Samuele, in camera da letto, nella stessa stanza in cui circa 9 mesi eri stato concepito. Il cerchio, il primissimo cerchio della tua vita si è chiuso. Quello che verrà dopo è tutto da vivere e scoprire. Insieme. Ora io e tua mamma ci guardiamo complici, stanchi ma orgogliosi e soddisfatti: siamo consapevoli di aver fatto del nostro meglio per darti quello che a noi sembrava un buon inizio, rispettoso, dolce ed intimo. E un buon inizio è già una gran cosa!

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